Monaci e Bosco in Umbria: l’esempio più antico e quanto mai attuale dell’utilizzo sostenibile delle risorse

In questo racconto abbiamo due protagonisti: bosco e monastero. Due realtà che nella storia dell’Europa occidentale sono legate in modo molto stretto.

Nei nostri territori il bosco ha avuto la sua massima espansione durante l’alto Medioevo, grazie in particolar modo al rimboschimento che segue la caduta dell’impero romano, con la riconquista da parte del bosco di zone che erano state precedentemente utilizzate per l’agricoltura.
Oltre a ciò, il bosco continua a crescere anche perché le nuove realtà statuarie che vengono a formarsi hanno un’organizzazione economica ben diversa, che non si basa più principalmente sull’agricoltura, ma sull’utilizzo delle risorse messe a disposizione spontaneamente dall’ecosistema. D’altra parte, il monachesimo occidentale tocca il suo apice di prestigio e di effettiva funzionalità sia religiosa che sociale proprio durante il Medioevo. Possiamo quindi dire che bosco da una parte e monachesimo occidentale dall’altra, si sono incontrati al massimo del proprio rispettivo fulgore in un territorio e in periodo storico determinato, anche se molto ampio.
bosco_assisiMa perché il monachesimo occidentale benedettino cerca e incontra il bosco? Per trovare una risposta, bisogna andare alle origini del monachesimo che sappiamo risiedere in Oriente: nato in Siria, in Palestina e in Egitto, si tratta di un fenomeno religioso che si basa sull’idea della fuga mundi, della fuga dal mondo materiale vissuta in solitudine da anacoreti ed eremiti; rappresenta la scelta di fuggire dalla società per avvicinarsi in questo modo a Dio, ed in quei territori il luogo più adatto per ottenere questo scopo era senz’altro il deserto. Quando il monachesimo giunge in Occidente, all’inizio segue forme eremitiche che aveva già acquisito in Oriente; in Umbria, per esempio in Valnerina, presso l’Abbazia di San Felice e San Mauro di Narco, ritrovamenti archeologici mostrano come già dal IV secolo vi vivessero degli anacoreti secondo lo stile greco. In Occidente però il monachesimo subisce rapidamente una trasformazione, dovuta in parte alle caratteristiche dell’ambiente e in parte a vicende storiche: in Occidente innanzitutto non c’è il deserto e, fatto ancor più importante, in un luogo molto vicino nacque Benedetto da Norcia, il padre del monachesimo occidentale. Il monachesimo benedettino non ha infatti forma anacoretica, ma ha forma cenobitica: gli anacoreti sono gli eremiti che vivono soli, isolati dal mondo, in luoghi lontani; i monaci cenobitici vivono invece in famiglie religiose comunitarie, ognuno con compiti ben precisi. Il monachesimo benedettino costituì infatti una proposta di vita religiosa con valenze sociali, culturali ed economiche, proposta che si rivelò assolutamente vincente. Questa situazione si mantenne pienamente valida per secoli, dall’Irlanda all’Italia, dalla penisola iberica alla Germania; se Benedetto da Norcia è il patrono d’Europa non è un caso. È evidente quindi come il monachesimo benedettino sia senz’altro uno dei fatti storici che ha gettato le basi per l’identità storica e culturale di tutta l’Europa occidentale: il mondo benedettino ha giocato un ruolo fondamentale nella conciliazione tra il mondo romano e il mondo germanico, ed è da questa conciliazione che nasce l’Europa occidentale moderna.

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Tornando però al bosco, esso costituì dunque per i monaci d’Occidente l’alternativa al deserto, che qui non c’era. Dove infatti realizzare al meglio la fuga mundi se non nei boschi, tornati ad essere rigogliosissimi anche in pianura? Ecco quindi che l’incontro tra monaci e bosco avviene in modo del tutto naturale: nei boschi innanzitutto gli eremiti cercano i luoghi in cui dedicarsi esclusivamente a Dio. Non a caso in Umbria la zona in cui forse il fenomeno dell’eremitismo è più diffuso è la Valnerina, zona intensamente ricoperta da boschi. Nei boschi o in prossimità di essi si insediarono dunque i grandi complessi monastici benedettini di tipo cenobitico (Sant’Eutizio in Val Castoriana, Fonte Avellana sul Monte Catria, San Pietro in Valle a Ferentillo, Santa Maria in Val di Ponte, conosciuta come Montelabate, e molti altri). In Occidente il bosco costituisce quindi per i monaci anzitutto un cibo per l’anima: la fuga dal mondo pone al riparo dalle preoccupazioni e dai pericoli che la vita in società comporta e la selva costituisce un luogo privilegiato per il contatto con Dio. Ma il bosco non è un luogo immune dagli attacchi del maligno, che a volte assume proprio le sembianze delle sue fiere: il lupo, l’orso, il cinghiale e gli altri animali feroci in età medievale venivano spesso paragonati alle passioni che tendono a portare al male (pensiamo alle tre fiere dantesche – la lupa, il leone e la lontra – che ostacolano il cammino di Dante). L’agiografia medievale è assolutamente ricca di episodi in cui il santo monaco riesce ad ammansire animali selvatici; rendere mansueto il leone, come San Girolamo, o rendere docile il lupo, come ha fatto San Francesco d’Assisi, significa sconfiggere il male o, meglio ancora, trasformare le pulsioni negative in pulsioni positive.

Il bosco quindi, nel mondo monastico occidentale, diviene un contesto praticamente indispensabile affinché vi siano le condizioni ottimali per l’incontro con Dio. Dai grandi monasteri benedettini, dove i monaci vivevano in forma comunitaria, dipendevano sempre degli eremi collocati nei boschi, in zone montane, in cui i monaci potevano vivere temporanee esperienze anacoretiche e rinsaldare così il proprio spirito e la propria fede. Se ci spostiamo per un momento dal mondo benedettino a quello francescano, l’esperienza eremitica rimane presente, ma non costituisce certo una nota essenziale. Il ruolo del bosco però resta ugualmente importante: da una parte la scelta di alcuni luoghi in cui insediare case religiose (l’Eremo delle Carceri, la Verna, lo Speco di Narni, solo per citarne alcuni), dall’altra la vera e propria creazione di un bosco presso i conventi; fateci caso… dentro il muro della clausura di quasi tutti i conventi francescani c’è sempre un’area, anche se piccola, che ha le sembianze di un piccolo bosco: un luogo in cui leggere il breviario, pregare, un luogo dove poter vivere quotidianamente l’esperienza del deserto. Oltre al più evidente caso proprio del Bosco di San Francesco, anche a Santa Maria degli Angeli, per esempio, se si entra nel complesso della clausura, si può notare un’area paragonabile ad un piccolo bosco.

bosco_subasioMa vediamo nel dettaglio anche l’utilizzo “materiale” del bosco, il suo farsi cibo per il corpo. Come dicevamo, in Occidente il monachesimo costituisce il luogo di incontro culturale tra Roma e il mondo germanico. E se pensiamo alle caratteristiche dei due protagonisti di questo incontro, possiamo cogliere le modalità ambivalenti con cui i monaci entrarono in contatto con il bosco: da una parte abbiamo Roma, per la quale il bosco è un nemico da combattere: Roma ha una società che si basa sull’agricoltura e sulla centuriazione, e che riduce in maniera drastica le aree boschive. Viceversa, le popolazioni germaniche vivono nel bosco: conquistano i territori e imparano la condizione di convivenza con il bosco. I monaci utilizzano entrambi gli approcci: nei primissimi secoli del Medioevo, le attività che vengono svolte dai monaci nel bosco sono soprattutto l’allevamento brado del bestiame, la raccolta dei frutti selvatici e la raccolta della legna. Per gli eremiti, di fatto, è mera sussistenza: escludendo la caccia, vivono di frutti spontanei, a volte in competizione con gli animali del bosco che si nutrono degli stessi frutti. Per i monaci poi, almeno per un primo periodo, l’integrazione alimentare non è data dalla cerealicoltura, che comporta il disboscamento, ma dall’orticoltura, che viene praticata presso il monastero anche in appezzamenti piuttosto modesti. In questi orti monastici avviene tra l’altro la selezione delle specie attraverso una profonda conoscenza delle erbe spontanee maturata con la frequentazione costante del bosco; ciò riguarda anche le piante medicinali, per cui molto spesso accanto agli orti con scopi essenzialmente alimentari si sviluppano anche i cosiddetti “giardini dei semplici”.
Questo approccio varia nel passaggio tra Alto e Basso Medioevo. Lo vediamo innanzitutto nel rapporto con gli animali del bosco: un esempio ci viene dato dal monaco umbro Fiorenzo che vive dell’allevamento brado di poche pecore; quando il suo compagno di eremitaggio, Eutichio, viene chiamato a dirigere un monastero in Valnerina, si sente solo e chiede aiuto a Dio. E Dio gli manda un orso mansueto che svolgerà per lui la funzione di pastore. Un orso visto quindi come compagno. Ciò che conta in un episodio evidentemente fantastico come questo, è comunque il tema di simbiosi tra uomo-monaco e ambiente naturale.
Se però ci spostiamo in un Medioevo più maturo, a partire dall’XI secolo questa simbiosi inizia in qualche modo ad incrinarsi, o meglio, a riorganizzarsi. Gli animali feroci dei nostri boschi ritornano ad essere avversari, e tornano ad essere manifestazioni del male da sconfiggere. Ad esempio, nella storia di San Vincenziano un orso uccide uno dei buoi del carro del santo e viene subito dal santo stesso ammansito, aggiogato e collocato nientemeno che accanto ai buoi rimasti a trainare il suo carro. Di fatto, in questa fase gli animali del bosco non sono più buoni in sé, ma diventano buoni nella misura in cui si snaturano, quando diventano qualcos’altro da sé, rinunciando alla propria natura selvatica per entrare al servizio dell’uomo.

A partire dal IX-X secolo, i monaci si rapportano al bosco in maniera più articolata: utilizzano il bosco in forma razionale e sostenibile nelle zone montuose, attuando il disboscamento e la messa a coltura dei boschi planiziali. Molti sono i toponimi nella nostra regione che derivano dal “silva roncare”, disboscare: Val di Ranco (sul Monte Cucco), Rancolfo, o anche Cesa, toponimi che richiamano chiaramente al disboscamento avvenuto essenzialmente in questi secoli. Il bosco alle quote più basse viene ridotto per fare spazio all’agricoltura soprattutto cerealicola, mentre alle quote più elevate si sviluppano delle pratiche che potremmo addirittura definire protosilvicolturali: si inizia ad utilizzare razionalmente il bosco in modo sia diretto (vi lavorano direttamente i monaci) che indiretto (i monaci permettono che vi lavorino le comunità del territorio concedendo loro diritti di pascolo e legname, in cambio del loro impegno a mantenere il bosco pulito).
La raccolta dei frutti spontanei continua ad essere esercitata, così come l’allevamento brado, soprattutto suino. Dobbiamo pensare a frutti spontanei come la faggiola o le ghiande di roverella, molto diffuse e usate tra l’altro come surrogato nell’alimentazione umana, e che venivano spesso unite alla farina di castagno (il pane di castagno era molto diffuso in ambito monastico). Altre attività importanti erano la raccolta della foglia e della frasca per l’allevamento animale così come l’utilizzo della legna: proprio a tal proposito, si diffondono nuove tecniche di potatura come la capitozzatura, pratica con cui si recuperava legna non tagliando il tronco alla base, ma di fatto diramando l’albero, in modo che si potesse raccogliere legna mantenendo l’albero in vita.

Insomma, il rapporto tra monaci e bosco si è basato per secoli sull’equilibrio tra uomo e natura. Il bosco dei nostri monaci non è mai stato la foresta vergine, ma è stata la foresta gestita, usata e tutelata al tempo stesso, che apportava benefici alla comunità senza però che il patrimonio naturale ne uscisse devastato. È l’esempio più antico e quanto mai attuale dell’utilizzo sostenibile delle risorse.

(spunti dalla relazione “Il Bosco monastico, nutrimento per il corpo e l’anima”
Festa dei Boschi – Assisi, 12 Aprile 2015

Prof. Andrea Maiarelli, Ist. Sup. di Scienze religiose di Assisi)

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